«Abbracciare la povertà per evangelizzare i poveri» – COMMENTO ALLE RC DELLA CM 

Nel cuore delle Regole Comuni della Congregazione della Missione, P. Giovanni Burdese ci guida a riscoprire la povertà come virtù evangelica, non fine a sé stessa, ma strumento per l’evangelizzazione e il servizio. Un itinerario spirituale alla luce dell’esempio di Cristo povero, per una povertà vissuta con libertà, discernimento e amore.

Meditazione sul Capitolo III delle «Regole Comuni» della Congregazione della Missio

 

Scorrendo il breve capitolo III delle RC della CM riguardante la povertà, tre evidenze balzano immediatamente agli occhi. La prima è il punto di partenza – ed è una costante – che induce ogni motivazione susseguente: è la persona di Gesù Cristo (n. 1). La seconda evidenza è che si parla sempre e solo di virtù della povertà, la quale – rispetto al voto – è come il contenuto rispetto al contenitore (nn. 1,2,10). La terza evidenza è la centralità della persona del Superiore (nn. 3,4,5,6,8,9) in seno alla comunità, nella gestione dei beni sia personali sia comunitari. San Vincenzo presenta un Gesù totalmente povero: “Abbracciò la povertà a tal punto da non avere dove posare il capo”, Lui “a cui appartengono tutti i beni”. Completa l’esempio di Cristo, aggiungendo un altro aspetto molto importante per i missionari: “Costituì i collaboratori della sua missione, cioè gli apostoli e i discepoli, in simile grado di povertà da non possedere nulla di proprio”. 

La prima finalità del seguire questo Cristo povero – e di accettare come i discepoli il desiderio di vivere con lui – non è altra che quella di essere e stare liberi per combattere in scioltezza quello che è la rovina di quasi tutto il mondo: l’avido desiderio della ricchezza. Ma ve n’è una seconda: la povertà “costituirà un baluardo (“propugnaculum”) inespugnabile, mediante il quale, con la grazia di Dio, la Congregazione rimarrà stabile per sempre”. Dirà altrove che una delle principali cause della rovina delle congregazioni è l’arricchimento. Inoltre, “sull’esempio dei primo cristiani, ogni cosa sarà fra loro comune e tutto verrà ad essi distribuito dai Superiori…”. I riferimenti biblici alla comunione dei beni sono evidenti (cf At 2,42; 4,32-35; 5,1-11). 

San Vincenzo si domandò – nel corso di una conferenza – in che consistesse la virtù della povertà e rispose: “È una rinuncia volontaria a tutti beni della terra per amore di Dio e per servirlo meglio e prenderci cura della nostra salvezza; è una rinuncia, un’indifferenza, un abbandono”. Distinse tra rinuncia esteriore ed interiore. Ambedue sono necessarie, ma soprattutto l’interiore, fonte e radice di quella esteriore. Tanto è vero che “rinunciare esteriormente ai beni di questo mondo e mantenere il desiderio di possederli, è non far nulla, è burlarsi e sembrare migliore” (cf RC, n. 10: “Ciascuno si guarderà bene che questo male [=desiderio sregolato dei beni temporali] non si impadronisca del suo cuore, nemmeno facendogli ambire benefici ecclesiastici sotto le apparenze di un bene spirituale”). 

Un valore centrale della virtù della povertà per san Vincenzo è l’indifferenza verso le ricchezze, in forma di rinuncia, di distacco e di abbandono. Ma non per fermarsi lì, nel negativo, ma per amare di più Dio, servirlo meglio, acquisire la libertà di fronte all’assillo dei beni temporali, essere liberi di fronte ad essi e non sentire l’amarezza se mancano. 

In estrema sintesi: per san Vincenzo, gli elementi costitutivi della povertà dei missionari sono i seguenti: 1 – l’imitazione della povertà di Cristo evangelizzatore di poveri; 2 – la comunanza dei beni, pur rispettando il diritto a possedere e amministrare alcuni beni personali; 3 – l’uso retto e moderato dei beni, comunitari e personali, vale a dire, uno stile semplice di vita, determinato dalla vita comunitaria e dalla missione; 4 – la buona amministrazione dei beni per servire i poveri. I beni delle comunità vincenziane sono “patrimonio dei poveri”. 

Ognuno di questi principi contiene o ispira – come ebbe a dire il Santo – innumerevoli atti o espressione di povertà che si determinano mediante opportuno discernimento, di fronte all’abbondante casistica che si può presentare. Mettendo insieme questi principi, possiamo parlare di povertà vincenziana. Pertanto la povertà vincenziana è più funzionale che testimoniale. Può essere radicale, moderata e pluriforme, secondo l’esigenza della missione e il servizio dei poveri. 

Se vogliamo tracciare, anche  solo a grandi linee, i confini della povertà vincenziana, potremmo dire: la povertà personale ha come limite minimo ciò che è stabilito e come orizzonte ciò che lo Spirito chiede al missionario, senza perdere di vista la sua appartenenza alla comunità e alle esigenze della sua vocazione; la povertà comunitaria ha come limite minimo ciò che è stabilito: adempiere ciò che è stabilito circa la acquisizione dei beni, porre i beni in comune, usarli con discrezione, amministrarli conforme alle leggi; e come orizzonte ciò che richiedono le esigenze di una comunità di persone date a Dio, per l’evangelizzazione e il servizio dei poveri. San Vincenzo non fu un mistico della povertà, non si interessò tanto di povertà quanto di poveri e della povertà dei poveri. Tutto l’interesse che ebbe per la povertà, virtù o voto, fu per la ripercussione che la pratica della povertà poteva avere direttamente o indirettamente sui missionari, dati a Dio per evangelizzare e servire i poveri. La povertà vincenziana si giustifica e si spiega alla luce della missione vincenziana.

P. Giovanni Burdese CM
(Provincia Italiana de la C.M.) 

 

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