Il 25 gennaio di 409 anni orsono Vincenzo de’ Paoli incontrò il Risorto nel silenzio di una confessione che era stato chiamato ad ascoltare, mentre esercitava il ruolo di precettore dei figli della famiglia Gondi a Folleville.
Mi torna alla mente il venticello leggero in cui il profeta Elia colse la presenza di Dio, mentre fuggiva dall’ira di coloro che detenevano il potere da cui era perseguitato perché vero profeta. (1 Re 19,12)
Anche per san Vicenzo è capitato un fatto simile: infatti, per un prete ascoltare le confessioni è qualcosa di molto comune e riservato. È bello vedere come il Signore continui a manifestarsi nel silenzio della quotidianità.
Chiediamo a san Vincenzo la grazia di saper cogliere gli interventi dello Spirito Santo in questo contesto. A tal proposito ricordo quando il profeta Samuele si recò da Iesse perché Dio aveva stabilito di ungere re d’Israele uno dei suoi figli e Iesse rispose al profeta secondo il criterio dell’apparire, che Samuele rifiutò.
Dobbiamo essere vigili perché l’errore commesso da Iesse si ripete spesso…(1Sam. 16, 1ss)
Quattrocento nove anni orsono è iniziata la nostra avventura Oggi siamo una realtà internazionale che cerca di attuare il carisma: l’evangelizzazione dei poveri e la formazione del clero, all’interno delle diverse culture in cui la Congregazione vive.
A mio avviso oggi non possiamo pretendere che all’interno della Missione esista un’uniformità, ma penso che la vita vincenziana debba essere vissuta nelle diverse culture sull’esempio di san Giustino de Jacobis.
Ogni Provincia, della Congregazione della Missione, dovrebbe essere luce e sale nel proprio contesto ecclesiale.
Spero che in molte Case della Missione la comunità sia rifugio per i preti diocesani: essi possano trovare luoghi di fraternità, dove sperimentare l’amore gratuito del Padre; luoghi in cui non si ripetano le cose da fare (Lodi mattutine; Messa; Vespri e Meditazione) ma si celebri quello che si vive, e si viva quello che si celebra.
Il prete diocesano possa sperimentare nelle Case della Missione fratelli che vivono insieme da cari amici.
La qualità della nostra vita comunitaria all’interno della Chiesa che vive nelle diverse culture, possa essere strumento, nelle mani dello Spirito Santo, per suscitare vocazioni al servizio della Chiesa.
Penso che questo sia uno dei migliori modi per festeggiare l’anniversario della fondazione della nostra Congregazione: non tanto guardare a quello che eravamo, ma meditare su quello che siamo e che potremmo essere, per il servizio della Chiesa.
Io sono in una delle Province che vive nella società del benessere. Non è semplice evangelizzare in tale contesto perché, quando le persone non hanno problemi economici e possono permettersi molto nella società in cui vivono, soltanto una vita cristiana di qualità può mettere in discussione il loro stile di vita e salvarle dal renderle schiave di esso.
Non dobbiamo dimenticare che lo Spirito Santo continua a chiamare i giovani a ricoprire i diversi ruoli per servire la Chiesa. Soltanto compiendo la volontà del Padre essi possono essere felici. Come è possibile compiere la volontà del Padre nella società del benessere, per i giovani che Dio chiama a seguirlo vivendo il nostro carisma? Penso che sia possibile se essi trovano una qualità alta della nostra vita comunitaria: attuare un modo di vita. da cari amici. Purtroppo questo progetto non è possibile generalizzarlo ad una intera Provincia. Per questo si potrebbe pensare a costruire comunità in cui il progetto dei cari amici sia possibile. Si potrebbe iniziare con una Casa della Missione, poi due, a tre il tessuto di una Provincia potrebbe essere ricostruito, perché si possiedono già tre luoghi dove poter far condividere ai giovani la nostra vita. Potrebbe essere una strada da offrire a coloro che lo Spirito chiama a vivere il nostro carisma? Per evitare che il primo e il più grande ostacolo che un giovane si trova a fronteggiare sia proprio quello costituito dalla vita quotidiana condotta dalla Congregazione di cui vorrebbe far parte?
Di p. Giorgio Bontempi c.m.