Beato Ghebre Michael

Fin da giovane si dedicò a complessi studi etiopici, che gli conferirono una grande capacità intellettuale e un’acuta attitudine alla riflessione e al dibattito. Da giovane, mentre lavorava nei campi, in un incidente gli venne perforato un occhio, fatto che anticipò il suo ingresso nella vita monastica. A 19 anni entrò nel monastero di Mortule-Mariam, desideroso di dedicarsi completamente alla vita spirituale.

Spinto dal desiderio di rinnovare la vita religiosa, quando era ancora monaco copto, si mise alla ricerca del libro Manuale della perfezione o Libro dei monaci, il cui scopo era adattare la vita ascetica monofisita al vero stato di perfezione a cui aspira l’anima. Questa ricerca lo condusse all’incontro con la scienza, per la quale nutriva una grande stima, in particolare per l’astronomia, sulla quale arrivò a scrivere un’opera. La sua intensa ricerca della verità e di Colui che è la Verità si intensificò con il passare del tempo, ricevendo sempre più luce man mano che si avvicinava al mistero di Gesù Cristo e incontrava la sua persona. Infatti, solo «l’incontro con Cristo, Parola fatta Carne, potenzia il dinamismo della ragione che cerca il significato della realtà e si apre al Mistero. Si esprime in una riflessione seria, costantemente aggiornata attraverso lo studio che apre l’intelligenza, con la luce della fede, alla verità» (Documento di Aparecida, n. 280).

Quando trovò a Gondar il libro che cercava, lo assimilò a tal punto da convincere persino alcuni monaci della necessità di progredire sempre più e sempre meglio nella ricerca della santità. Tuttavia, la sua ricerca non si fermò qui. Con uno spirito ardente e assetato di perfezione, di fronte alle difficoltà che emergevano nella sua Chiesa monofisita, decise di cercare la verità che tanto desiderava. Lì non la trovava più, perché la sua attenta meditazione dei Vangeli e dei grandi libri della Tradizione cristiana aveva iniziato a indicargli un’altra prospettiva cristologica: quella delle due nature, divina e umana, perfettamente armonizzate in Gesù Cristo, così come la predicava la Chiesa Cattolica di Roma.

Nel 1840, Ghebra conobbe colui che sarebbe diventato il suo maestro e lo avrebbe condotto all’incontro con la verità, Giustino de Jacobis, che si recava al Cairo (Egitto), accompagnando e proteggendo la carovana diretta a chiedere al Patriarca un nuovo vescovo per la Chiesa copta di Abissinia. Attraverso questa amicizia, si avvicinò sempre più ai cattolici. Dopo quattro mesi di innumerevoli colloqui, Ghebra si convertì al cattolicesimo romano. Uniti nella fede e con il cuore traboccante di zelo missionario, si dedicò, insieme al vescovo Giustino, all’istruzione teologica di tutti coloro che cercavano luce, consolazione e protezione nella Chiesa. Tra la cura delle comunità cristiane e il servizio quotidiano ai sofferenti e ai perseguitati, Giustino e il suo più fervoroso discepolo trovavano ancora il tempo per la formazione e l’accompagnamento dei sacerdoti monofisiti convertiti, preparandoli in modo particolare alla valida ricezione del sacramento dell’Ordine.

Accanto a San Giustino, Ghebre Michael, ordinato sacerdote il 1° gennaio 1851, fece proprio anche lo spirito vincenziano e chiese persino di entrare nella Congregazione della Missione. Tuttavia, non gli fu possibile iniziare il Seminario Interno a causa delle persecuzioni e del suo stesso arresto e della condanna. Infatti, una volta arrestato, fu sottoposto a terribili torture. Durante le torture, il suo corpo rimase completamente lacerato da pugnalate e percosse di ogni genere. Dopo essere stato condannato alla decapitazione e, in un secondo processo, alla fucilazione, fu trasferito, incatenato, verso il sud del Paese. A metà del viaggio, il 13 luglio 1855, un’epidemia di colera decimò la comitiva, causando la morte di un gran numero di soldati e del sacerdote prigioniero.

Inquieto cercatore della verità e fedele discepolo di Gesù Cristo, Ghebre Michael è considerato «il frutto più prezioso dell’apostolato missionario di San Giustino de Jacobis». Abbracciando il martirio nella sua stessa terra abissina, il nostro Beato sembrava essere profondamente animato da questa convinzione che San Vincenzo de’ Paoli condivise con i primi Missionari:

«Può esserci qualcosa di più ragionevole che dare la nostra vita per Colui che ha dato così liberamente la sua per tutti noi? Se nostro Signore ci ama al punto da morire per noi, perché non dovremmo desiderare di avere la stessa disposizione nei suoi confronti, fino a morire effettivamente se se ne presentasse l’occasione?» (ES XI, 259).

Fu beatificato il 3 ottobre 1926. La sua memoria liturgica si celebra il 30 agosto.

Vinícius Teixeira, CM

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