Folleville oggi: l’eco di un sermone che continua a trasformare le periferie – I

Il 25 gennaio ci riporta a Folleville: un “Kairos” in cui la Provvidenza trasforma un sermone in un fuoco di missione. Oggi quell’eco continua: non per nostalgia, ma per ascoltare dove gridano i poveri nel nostro tempo. Tra solitudine, divario digitale e nuove esclusioni, riconosciamo le periferie del XXI secolo che attendono il Vangelo.

Ogni 25 gennaio, la Congregazione della Missione si veste a festa per celebrare la sua fondazione. Tutto ebbe inizio nel silenzio di una piccola località francese caduta nell’oblio: Folleville. Nella piccola chiesa di quel paese, un giovane sacerdote di nome Vincenzo de’ Paoli salì sul pulpito spinto da una scoperta sconvolgente: il profondo bisogno spirituale e materiale dei poveri delle campagne. Quel «Primo Sermone della Missione», pronunciato il 25 gennaio 1617, non fu un discorso accademico, ma un grido di aiuto e, allo stesso tempo, una risposta di speranza che avrebbe dato origine alla Congregazione della Missione.

Al di là dell’aneddoto storico, la tradizione vincenziana ha sempre interpretato questo evento alla luce della Provvidenza. Quello che per un osservatore casuale era una coincidenza – la presenza di Vincenzo al capezzale di un moribondo e la successiva disponibilità di un pulpito – per i vincenziani è un vero Kairos: un tempo di grazia in cui Dio irrompe nella storia. Folleville non fu un piano progettato negli uffici della gerarchia, ma una «rottura provvidenziale» che distolse Vincenzo dalle sue ambizioni per gettarlo ai piedi degli abbandonati. Quel sermone non nacque dall’eloquenza umana, ma dalla docilità di un uomo che seppe riconoscere la voce di Dio nel grido di un contadino.

Oggi, più di quattro secoli dopo, l’eco di quel sermone non si è spento, anche se i paesaggi sono cambiati. Dai villaggi rurali della Francia del XVII secolo alle dense concentrazioni urbane delle nostre città, l’urgenza di Folleville rimane intatta. Il mondo contemporaneo continua ad ospitare «periferie» che non si misurano solo in chilometri, ma in gradi di esclusione, solitudine e scarto sociale[1] .

Celebrare la festa fondativa della Congregazione della Missione nel contesto attuale non è un esercizio di nostalgia storica. È, prima di tutto, un invito a chiederci: dove risuona oggi il grido dei poveri? E come può il carisma vincenziano continuare ad essere una forza viva che trasforma i margini della nostra società? Nelle pagine seguenti esploreremo come l’intuizione di San Vincenzo continui ad essere la bussola che guida migliaia di missionari verso i nuovi volti della precarietà nel XXI secolo.

Le periferie del XXI secolo: i nuovi poveri

Celebrare l’atto fondatore della nostra Congregazione richiede il riconoscimento che la missione non implica più solo viaggiare in terre lontane, ma anche saper identificare le periferie del XXI secolo. In primo luogo, spicca la povertà relazionale. Si tratta di persone che vivono isolate, abbandonate e prive di legami significativi. Numerose ricerche rivelano che la solitudine e l’isolamento hanno raggiunto una portata senza precedenti nella società attuale. Si parla di una solitudine «masseggiata» o «vuota», in cui milioni di persone possono vivere circondate da altri e tuttavia sperimentare una profonda disconnessione emotiva e sociale[2] . Le vittime di questa realtà sono, in gran parte, anziani, malati degenerativi, migranti e persone in situazione di esclusione strutturale. Non sono forse poveri coloro che vivono nell’anonimato e nell’invisibilità sociale?

Insieme alla precedente, la povertà digitale è oggi considerata una nuova forma di carenza. L’accesso alla tecnologia, la connettività e le competenze digitali sono diventati fattori determinanti per l’inclusione. Il divario digitale riproduce la povertà perché amplifica le disuguaglianze preesistenti e limita l’accesso alle opportunità lavorative e formative. L’ingiustizia digitale è una realtà che deve essere combattuta, poiché approfondisce l’esclusione economica e perpetua altre disuguaglianze strutturali.

Allo stesso modo, è imperativo considerare la povertà migratoria. La migrazione, specialmente quella forzata, genera nuove vulnerabilità legate alla rottura dei legami familiari e alla discriminazione, che sfociano nello sfruttamento lavorativo e in una crisi di identità. Il migrante subisce un’esclusione che è allo stesso tempo visibile e sottile; la mancanza di riconoscimento genera un profondo dolore e una perdita di senso. Senza dubbio, questa è una forma di povertà che minaccia direttamente la dignità umana.

D’altra parte, emerge la povertà ecologica, nata dalla crisi climatica e dal deterioramento ambientale. Le comunità meno resilienti sono spesso le principali vittime del degrado degli habitat e della scarsità di risorse. I poveri hanno meno accesso alle infrastrutture di contenimento e alle reti di assistenza in caso di catastrofi naturali. Vivere in ecosistemi danneggiati che limitano la salute è, in sostanza, una forma di povertà.

Infine, analizziamo la povertà esistenziale o “perdita di senso”. Questa non si manifesta nella scarsità materiale, ma nel vuoto spirituale, nell’assenza di scopo e nel disincanto nei confronti della vita. Questa crisi colpisce in particolare i giovani e gli adulti disoccupati e può portare a depressione, ansia o crisi di identità.

Di Jean Rolex, C.M.

[1]Francisco. (2013). Evangelii Gaudium: Esortazione apostolica sulla proclamazione del Vangelo nel mondo contemporaneo. Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana.

[2] García-Peña, L. L. (2019). La solitudine contemporanea nell’opera dei pensatori essenziali: analisi e prospettive. Iztapalapa. Rivista di scienze sociali e umanistiche, 40(86), 185-206. https://doi.org/10.28928/ri/862019/aot3/garciapenal

 

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