Il Tempo Ordinario comprende in tutto 33 o 34 settimane, che trovano posto, alcune (da 5 a 9) dopo la festa del Battesimo di Gesù, che chiude il Tempo di Natale ed apre la prima parte del Tempo Ordinario e le altre domeniche dopo la solennità della Pentecoste (seconda parte).
Il Tempo Ordinario non comprende sempre settimane complete: alcune di esse mancano della domenica, in quanto questa è sostituita da una festa del Signore: così la prima domenica coincide con il Battesimo del Signore; in domenica si celebrano le solennità della Trinità, del SS. Corpo e Sangue di Cristo (ove non si celebri il giovedì) e di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo.
La settimana prima della Quaresima appartiene al Tempo Ordinario solo per i primi tre giorni: domenica, lunedì e martedì.
Afferma Adrien Nocent O.S, B.: «Quello che noi oggi chiamiamo Tempo Ordinario, perché non ha come oggetto la celebrazione particolare di un mistero preciso di Cristo, non ha in sé nulla che lo renda di qualità inferiore agli altri tempi né, al contrario, ha un valore superiore»[1]. Se gli altri tempi sono chiamati spesso tempi forti, il tempo ordinario non si può né chiamare, né considerare un tempo debole. Al contrario, nella storia risulta che la settimana ordinaria è nata, nella Chiesa, prima ancora della celebrazione annuale della Pasqua, e quindi prima dei Tempi forti.
Il tempo ordinario celebra il mistero di Cristo e della Chiesa nella sua globalità, ogni settimana e, specialmente ogni domenica. L’ordinamento del Tempo ordinario è stato, lungo i secoli, molto vario, così come pure i titoli delle singole domeniche o settimane.
Il numero delle settimane ordinarie, nei primi secoli, si è andato progressivamente, riducendo, dal momento che andava sviluppandosi l’organizzazione dell’anno liturgico, cioè i vari tempi forti. È chiaro infatti che, se la Quaresima passa: da due a tre a cinque o sei settimane, e se poi la preparazione alla Pasqua si estende prima alla Quinquagesima (verso il 530), poi alla Sessagesima (verso il 590/604) e alla Settuagesima (verso il 650), e se infine il tempo di Avvento viene sviluppato in 4 0 5 settimane, il tempo che rimane, come ordinario, va restringendosi.
Per fissare il numero di queste domeniche ordinarie si è partiti da alcuni punti fermi. Per esempio le domeniche di Avvento si sono denominate andando indietro rispetto al Natale: abbiamo avuto la IV (o la VI) domenica prima di Natale, fino alla I domenica. Per le domeniche ordinarie, prima della preparazione alla Pasqua, si sono invece contate le domeniche a partire (post) dall’Epifania. Questo modo di procedere evita di fissare il numero: si avranno così diverse domeniche dopo l’Epifania, secondo il tempo che intercorre tra questa e la Settuagesima.
Per le domeniche che intercorrono tra la Pentecoste e l’Avvento, si avranno diversi modi di nominarle. Il sacramentario (= il sacramentario è simile a un Messale romano del Concilio Vaticano II) Gregoriano (detto anche Paduense)[2] , come pure il Comes (= Lezionario) di Alcuino[3]:
5 Ebdomadae (= settimane) post Pentecosten;
5 Ebdomadae post octavas apostolorum;
5 Dominicae post matalem;
9 Dominicae post s. Angeli.
Attualmente non si è ancora giunti a reperire tutte le fonti di liturgia occidentale, non romane che ci mettano in grado di poter sapere con certezza il numero esatto delle domeniche ordinarie nel periodo di cui ci stiamo interessando nel nostro studio[4]. C’è da notare, infine, che le domeniche possono variare ogni anno di numero, e quindi un manoscritto può riportare il minimo, e un altro il massimo possibile di domeniche.
Il Messale di Pio V distinguerà le domeniche ordinarie in Post Epiphaniam (da 3 a 6 domeniche), e Post Pentecosten (24 domeniche, con la possibilità di riprendere, se necessario, prima della XXIV, i formulari delle domeniche post Epiphaniam che fossero stati omessi).
Il nuovo Calendarium Romanum[5] numera queste settimane tutte di seguito, dalla I alla XXIV chiamandole Tempo Ordinario.
Il fatto che in nessun libro liturgico, prima del Vaticani II, abbiamo testi per una celebrazione nei giorni feriali, significa che in questi giorni la Chiesa non ha avuto celebrazioni che interessavano la comunità.
Questo in teoria. Perché in pratica, sia pure in modo diverso a seconda delle varie epoche e delle varie regioni, la celebrazione nei giorni feriali, o in alcuni di essi, c’è stata (ed è attestata).
I primi giorni extra-domenicali ad avere la celebrazione sono stati i dies natales dei martiri (=la data del martirio) e dai santi (=la data della morte).
Avranno poi la celebrazione i giorni che seguono le grandi feste, anzitutto i giorni che seguono la settimana di Pasqua (= l’ottava di Pasqua) e quelli che le precedono, per esempio la Quaresima (all’inizio però non tutti i giorni in Quaresima si avevano celebrazioni). Nel tempo ordinario, avranno la celebrazione i giorni di mercoledì e di venerdì del digiuno all’inizio delle stagioni (= le Quattro Tempora), Fuori dall’Egitto e forse anche fuori di Roma, anche i digiuni degli altri mercoledì e venerdì si concludevano con la celebrazione eucaristica. Questo ci è attestato dal IV secolo[6]. La settimana delle Tempora si concludeva con una celebrazione nella notte tra il sabato e la domenica, che valeva come eucaristia domenicale, per cui troviamo l’indicazione: Dominica vacat (= senza un proprio formulario). A partire però dal secolo VII circa, anche queste domeniche furono dotate di un formulario (pur conservandosi il titolo di vacat). La celebrazione della veglia delle Tempora poi sarà anticipata al sabato, che avrà pure la sua Messa, come il mercoledì e il venerdì.
Se negli altri giorni non c’era una celebrazione pubblica, c’era, in alcuni luoghi, la celebrazione privata, cioè in gruppi ristretti.[7] In Africa, la celebrazione quotidiana, aperta a tutti i fedeli, è attestata da sant’Agostino.[8]
Nel Medioevo, col moltiplicarsi delle messe votive, le messe quotidiane diventano più frequenti, e celebrate nelle pubbliche chiese, e anche più di una nella stessa chiesa, e poi più di una nella stessa ora.
La riforma del Vaticano II presenta una doppia linea: non prevede formulari specifici per i giorni feriali del tempo ordinario. Però prevede un Lezionario feriale, e quindi accetta ed utilizza il dato di fatto, già sancito per altro dal Codice di Diritto Canonico, che esorta i sacerdoti a celebrare ogni giorno.
Nella prima parte delle Messe c’è sempre stata la liturgia della Parola. Secondo quanto attesta Giustino nelle Due apologie, 150 d. C. la Bibbia era letta in modo continuato (lectio continua, o scriptura currens), nel senso che si riprendeva il testo dove lo si era sospeso nella celebrazione precedente[9].
Dal secolo III è attestato che in alcune ricorrenze liturgiche si usavano già lettere proprie e quindi era iniziata la lectio selecta. Si può tuttavia pensare che per le domeniche del tempo ordinario fosse in uso una lectio semicontinua, cioè che ogni tanto si saltasse qualche brano.
Il libro su cui si leggeva era inizialmente la Bibbia, in margine alle letture si segnavano i giorni in cui la pericope doveva essere proclamata. In seguito venne redatto un fascicolo a parte in cui veniva annotato per ogni brano: le parole iniziali (= incipit) e il titolo (= explicit), questi libri presero il nome di capitularia. Dai capitularia vanno distinti i capitulare: i libri che contengono solo le indicazioni per i vangeli e quelli che contengono le indicazioni per la lettura prima del vangelo: detti comes. o liber comitis, o liber commicus (= libri di supporto) [10].
Nei secoli seguenti nasceranno i lezionari con i brani biblici riportati per esteso.
Con l’apparire del Messale plenario, scomparirà il lezionario come libro liturgico autonomo, ma questo sarà inglobato nel messale.
Infatti il Messale di Pio V riporta un sistema di letture che risale, per le epistole, al Comes di Murbach (sec. VIII) e, per i vangeli, ad un tipo di evangeliario che sta alla base dei primi tre tipi di Klauser[11]. L’accostamento delle epistole e dei vangeli, per ogni giorno, risulta fortuito, com’è fortuita la successione delle letture nell’anni circuli.[12] Certamente non erano molte le pericopi che si leggevano nella Messa, se pensiamo che, fuori di Quaresima, solo le domeniche avevano formulari e letture proprie.
In seguito alla disposizione di SC. n° 51 l’OLM scaturito dalla riforma liturgica del Vaticano II distribuisce con maggior larghezza la lettura della Sacra Scrittura nella liturgia. Il gruppo di specialisti che lo ha preparato, si è confrontato molto riguardo ai criteri da adottare per la sua redazione.
Essi sono giunti alla conclusione di disporre le letture domenicali su tre cicli (A, B e C), e ad uno biennale per i giorni feriali: I (anni dispari) II (anni pari).
Invece, riguardo ai tempi forti, le letture sono appositamente scelte per ogni celebrazione, per il tempo ordinario si sono seguiti altri criteri.
Nelle domeniche, come nelle solennità, si hanno tre letture: la prima dell’A.T., la seconda dalle lettere degli Apostoli, la terza dal vangelo. Partendo dai vangeli, nei tre cicli si leggono rispettivamente Matteo, Marco e Luca. Giovanni invece è riservato ad una parte della Quaresima e al Tempo di Pasqua; ma lo si riprende anche nelle domeniche XVII-XXI del ciclo B.
Normalmente il vangelo e le letture degli Apostoli si leggono in modo semicontinuo. Conseguentemente è fuori luogo cercare un’armonizzazione tra queste due letture. La lettura dell’A.T. invece è scelta di proposito, in base al vangelo del giorno, di cui costituisce un’illustrazione o un elemento di spiegazione.
Di p. Giorgio Bontempi c.m.
[1] A. Nocent, Celebrare Gesù Cristo: l’anno liturgico. V. Tempo ordinario, Assisi 1978, 16.
[2] J. DESHUSSES (ed.), Le Sacramentaire Gregorien, I (Spicilegium Friburgense, 16), Fribourg 1971, indice. Cfr.C. VOGHEL, Introduction aux sources du culte cretienne au moyen – age, Spoleto 1966, 279.
[3] A. WILMART, Le Lectionnaire d’Alcuin, EphLit, 51(1937), 158-161. In questo lezionario, tra le Domeniche post s. Laurentii e quelle post angeli, vi sono due domeniche con il titolo mensis septimi. Abbiamo così 4 settimane post Pentecosten, 5 post natale apostolorum, 5 post s. Larentii, 2 mensis septimi, 6 post s.Angeli: in tutto 22 settimane.
[4] Cfr, VOGHEL- R. ELZE, Le Pontifical Romano-Germanique du XII° siecle, Introduction,II , Città del Vaticano, 1963. 289 – 309.
[5] Calendarium Romanum ex decreto sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani IIinstauretum,auctoritatePauli VI promulgatum,Polyglottis Vaticanis 1969, nrr, 43-44, pp. 16-17; cfr, Commentarius in Annum liturgicum instauratum, ivi, pp. 62-63. In n
[6] Cfr. J. A. JUNGMANN, Missarum sollemnia, I, Casale Monferrato, 1963, 206
[7] Ivi, p. 181, n.4
[8] AGOSTINO, Ep., 54,2: PL 33, 363-364; Serm., 58, 4: PL 38, 395. Cfr. J. A. JUNGMANN, Missarum sollemnia, cit., p. 207, n. 16
[9] San Giustino, Le due apologie, Edizione Paoline, Roma, 1983, p. 118, 3.
[10] Cfr. Anamesis, 2. La liturgia, panorama storico generale, Casale Monferrato, 1883, 157-171.
[11] TH KLAUSER, Das römische Capitulare Evangeliorum, I, Typen (LWQ), 28), Münster W. 1935.
[12] Cfr. VOGHEL, Introduction…, cit, 328.