Ogni 25 marzo, le Figlie della Carità rinnovano il loro «sì» al Signore per il servizio dei poveri mediante il rinnovo dei loro voti. Il P. Hugo R. Sosa ci offre una riflessione che prende spunto dalla lettera più breve del Nuovo Testamento, la Lettera a Filemone, e da alcuni passaggi della lettera che la Madre Françoise Petit, H.C., Superiora Generale delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, ha scritto alle Figlie della Carità il 2 febbraio 2026, basandosi sulle Costituzioni, sul Documento Inter-Assemblea delle Suore e sulle ricche fonti degli scritti vincenziani.
La Lettera a Filemone è un vero e proprio ordigno teologico piazzato con estrema cura nel cuore delle granitiche strutture sociali dell’Impero Romano. Indirizzata a Filemone, alla sorella Appia e ad Archippo (probabilmente legati all’ambiente di Colossi, cf. Col 4,17), essa raggiunge una vibrante “Chiesa domestica”. Paolo scrive da prigioniero, utilizzando il canovaccio della lettera di raccomandazione, genere ben noto all’epistolografia imperiale. Ma sotto questa veste formale, la retorica apostolica esplode dall’interno.
Il dramma ruota attorno a Onesimo, uno schiavo fuggiasco che Paolo ha letteralmente “generato alla fede” in carcere. Lo spessore accademico del testo paolino si rivela in modo denso nei dettagli linguistici: Paolo gioca spietatamente con le parole, ricordando che Onesimo, un tempo “inutile” (achreston), è ora divenuto “utile” (euchreston), in una palese e voluta assonanza con il nome stesso di Christos. Nel mondo antico, la schiavitù era la colonna portante del sistema; la pena per i fuggiaschi o i ribelli (come le rivolte di Spartaco ci insegnano) era l’atroce crocifissione. Eppure, la strategia persuasiva di Paolo non si piega alle leggi civili e si distanzia in modo abissale da quella di un Plinio il Giovane, che implorava clemenza per uno schiavo appellandosi alla mera indulgenza emotiva del padrone Sabiniano (Epistole 9,21,3). Paolo, al contrario, costruisce un sillogismo ferreo, radicato nelle “viscere” (splanchna), nell’intimità più lacerante: se Filemone rinfranca le viscere dei santi, e Onesimo è ormai identificato con le viscere stesse di Paolo, allora Filemone deve accoglierlo per rinfrancare l’apostolo.
Qui si consuma un salto ontologico radicale attraverso l’uso magistrale del passivum divinum nel verbo echoristhē (che si traduce come «fu separato», presente in Filemone 15). La frattura sociale e l’illecito giuridico generati dall’allontanamento di Onesimo vengono assorbiti e trasfigurati in un evento in cui Dio stesso ha orchestrato e permesso quella separazione temporanea («per un momento»). Il fine ultimo di questo strappo non risiede in una punizione, ma nel totale capovolgimento dei paradigmi di possesso dell’epoca imperiale. Il passivo divino indica che la fuga possedeva un fine soggiacente e provvidenziale: far sì che Filemone riaccolga colui che se n’era andato, non più sotto le vesti di una proprietà ammortizzabile o di un mero strumento domestico sprovvisto di diritti, ma per l’eternità, sotto il vincolo inscindibile e agapico di «fratello amato» (v. 16). La transizione è assoluta, e la storia si ribalta dalla schiavitù della carne all’uguaglianza nello Spirito, passando dall’utilità servile alla koinonía. In questa densa tessitura ermeneutica, Onesimo cessa di essere un reietto senza volto ai margini dell’impero. Al contrario, proprio colui che un tempo era uno schiavo fuggitivo e che — secondo la successiva testimonianza di Ignazio di Antiochia (Efesini 1,3) — arriverà ad assumere persino la cattedra episcopale, giunge a incarnare nella sua stessa carne redenta il trionfo eversivo di questa silenziosa, ma irrefrenabile, rivoluzione cristologica.
È in questo snodo cruciale che emerge con forza il concetto di koinonía, la comunione, che costituisce la vera spina dorsale teologica di tutta l’argomentazione. La koinonía non è un’idea astratta o un sentimento pio; è partecipazione reciproca totale, è la condivisione della grazia. Davanti alla croce, il terreno si fa improvvisamente piatto. Non ci sono dislivelli gerarchici, tutti hanno bisogno di perdono in egual misura. Paolo stesso incarna questa koinonía diventando mediatore, offrendosi di pagare i debiti di Onesimo di tasca propria, agendo esattamente come Cristo ha fatto per riconciliare l’umanità intera con Dio.
A cosa ci invitano la Lettera a Filemone e la Lettera della Madre?
Frantumare, Accogliere, Ungere
Questo denso tracciato esegetico prepara il terreno, in modo potentissimo, ad affrontare il nucleo del Documento Inter Assemblea (DIA 2.1): la sfida di passare “da una vita in comune a una vita in comunione”. Fino al giorno della fuga, Filemone e Onesimo avevano indubbiamente una “vita in comune”. Condividevano lo spazio domestico, abitavano le stesse stanze, incrociavano gli sguardi, ma erano separati da un abisso sociale insormontabile. Era una mera convivenza di vicinanza fisica, ma di siderale distanza esistenziale, in cui uno era il fine e l’altro il mezzo.
L’appello apostolico, che prefigura la chiamata del DIA 2.1, esige l’irruzione salvifica della koinonía. Vivere in comunione significa frantumare l’impalcatura che ci fa percepire l’altro in termini di utilità, di ruolo o di subalternità. Significa passare dall’osservanza formale a un’adesione agapica e viscerale dove io divento, letteralmente, garante per il mio fratello. Come la lettera obbligò i credenti a non schierarsi con lo status quo dei padroni, l’invito a vivere l’autentica “comunione” costringe a spogliarci delle nostre piccole superiorità strutturali. Se siamo persone rigide, non potremo vivere la comunione, non potremo entrare nella dinamica della koinonía di cui parla Paolo. Frantumare l’impalcatura è l’antidoto fondamentale per lottare contro la rigidità.
Solo accogliendo l’altro non come chi deve eseguire una mansione, ma come portatore della stessa identica dignità e grazia, si sperimenta la dirompente koinonía cristiana, dove la vita passa dall’essere uno spazio occupato insieme a un destino condiviso.
Una parte della lettera della Madre si intitola: I voti colorati dalle virtù dell’umiltà, della semplicità e della carità. E lei cita le Costituzioni: «Le virtù evangeliche di umiltà, di semplicità e di carità sono la via per la quale le Figlie della Carità si lasciano condurre dallo Spirito Santo. Le Suore contemplano in Cristo queste disposizioni che le rendono vicine ai più diseredati e cercano di incarnarle nella propria vita» (C. 13).
Di fronte al fondamentalismo — che ritengo sia una forte espressione di orgoglio, l’idea assoluta che ciò che dico e penso sia l’unica verità — abbiamo bisogno di ricordare ciò che Paolo osserva di Filemone: egli rinfranca le viscere (splanchna) dei santi, e poiché Onesimo è ormai identificato con le viscere stesse di Paolo, allora Filemone deve accoglierlo per rinfrancare l’apostolo. L’atto di accogliere destruttura ogni posizione fondamentalista.
È una bellissima sfida quella che lancia la Madre: lasciare che lo Spirito tocchi tutte le dimensioni della nostra vita per evitare le chiusure. Scrive infatti: “Lo Spirito all’opera può allora toccare tutte le dimensioni della nostra vita, compresi i voti. Vivere la castità, la povertà e l’obbedienza umilmente, semplicemente e sempre nella carità è un segno della nostra unità di vita, che si costruisce a poco a poco. Queste sono anche le condizioni indispensabili per evitare la rigidità, il settarismo o il fondamentalismo presenti in tante parti del mondo, a volte anche nella nostra Chiesa”.
Se abbiamo in noi uno spirito settario, che molte volte si manifesta nel pensare che tutto sia sbagliato e che quindi io mi debba riunire solo con coloro che la pensano come me, allora, come diceva la Lettera a Filemone, saremo “inutili” (achreston). Solo se superiamo il settarismo e diveniamo ora “utili” (euchreston), saremo di Christos. Perché, come Cristo, tutti siamo stati unti nel giorno del nostro battesimo; per questo, siamo unti chiamati a ungere le ferite dell’umanità.
Pensavo anche che questa lettera a Filemone — di fatto una lettera di raccomandazione — richiama alla mente i tanti resoconti, che in fondo sono proprio come lettere di raccomandazione, delle nostre diverse tappe formative. Le persone incaricate di noi, affinché facessimo i passi giusti nella nostra vocazione, in qualche modo si sono fidate di noi, scrivendo sul nostro conto, mettendo in risalto l’essenziale: che siamo persone che, una volta conosciuto Cristo, hanno saputo essere utili per gli altri.
Conclusione
In questa traiettoria che ci spinge a frantumare le nostre strutture di superiorità, ad accogliere l’altro nelle nostre stesse viscere e a ungere le ferite dell’umanità sfuggendo a ogni settarismo, i voti smettono di essere un recinto di rigidità. Diventano, al contrario, l’espressione più incarnata della koinonía. Vivere l’umiltà, la semplicità e la carità attraverso i voti ci rende davvero euchreston, utili a Cristo e ai fratelli, radicandoci nell’identità di chi è capace di compiere quel salto ontologico da una sterile convivenza fisica a una comunione radicale.
È la consegna totale del proprio essere per fare spazio all’altro, riconoscendo che senza l’azione dello Spirito Santo ogni sforzo ricadrebbe in quel fondamentalismo isolante di cui parlava la Madre. Per suggellare questa profonda dinamica di trasformazione e di affidamento fiducioso, eleviamo e facciamo nostra la preghiera di San Vincenzo de’ Paoli, riconoscendo che questa vita in comunione è, in fin dei conti, un orizzonte di grazia da implorare instancabilmente:
«O mio Dio, noi tutti ci diamo a te! Facci la grazia di vivere e morire nell’osservanza perfetta di un’autentica povertà… Facci anche la grazia, o Signore di vivere e morire castamente… e quella di vivere nell’osservanza perfetta della santa obbedienza»
(SV, Conferenza del 19 luglio 1640, n. ed. it., IX, p. 27).
P. Hugo R. Sosa, CM
Bibliografia
Pita, A., L’evangelo di Paolo: introduzione alle lettere autoriali, Elledici, Torino 2013, 301-315.
Powell, M. A., Introducción al NT: un estudio histórico, literario y teológico, Barker Academic, Gran Rapids (MI) 2018, 516-530.