A volte Dio affida la nostra fedeltà a una voce discreta: qualcuno che non ci sostituisce, ma ci aiuta a vedere chiaro.
Per san Vincenzo, quella presenza ebbe un nome: André Duval.
Il 25 gennaio, nella festa della conversione di san Paolo, celebriamo 409 anni dall’intuizione che nacque a Folleville.
Nel silenzio di una confessione, Vincenzo de’ Paoli incontrò il Risorto: da lì prende avvio la nostra “avventura” missionaria.
Oggi, nelle diverse culture, il carisma ci chiede comunità che siano rifugio e fraternità “da cari amici”, capaci di generare vocazioni.
Dalla memoria di Folleville nasce un impegno: essere “missionari della vicinanza” con una pastorale della presenza.
Scelte concrete e profetiche davanti alle povertà relazionale, digitale, ecologica e migratoria: la missione come cura e responsabilità.
La festa fondativa diventa invio: passare dalla compassione all’azione, finché esisterà una periferia senza consolazione.
Il 25 gennaio ci riporta a Folleville: un “Kairos” in cui la Provvidenza trasforma un sermone in un fuoco di missione. Oggi quell’eco continua: non per nostalgia, ma per ascoltare dove gridano i poveri nel nostro tempo.
Tra solitudine, divario digitale e nuove esclusioni, riconosciamo le periferie del XXI secolo che attendono il Vangelo.
Quando si leggono le lettere di san Vincenzo e i racconti della sua vita, prima o poi si incontra quella frase che sembra raccogliere tutta la sua esperienza: alcune giovani, parlando con lui, dicono di essersi “consegnate a Dio nella persona dei poveri”.
Quando pensiamo a san Vincenzo de’ Paoli e ai poveri, ci vengono in mente i contadini delle campagne francesi o i mendicanti di Parigi. Ma se entriamo nelle sue lettere e nei documenti, il quadro si allarga: compaiono lebbrosi, ciechi poveri, forzati delle galere, carcerati, ragazze “disordinate”, donne ferite nell’anima.
È il mondo di quelli che oggi chiameremmo “scartati”: persone che la società preferisce non vedere.