Secondo la tradizione del rito romano le orazioni non hanno in genere alcuna relazione con le letture. Se però, nei tempi forti, esse fanno riferimento al particolare mistero o tempo celebrato, nel tempo ordinario non hanno nulla di specifico, ma si riferiscono al mistero di Cristo e alla vita cristiana, in modo globale[1].
Delle 24 collette prese dal Messale precedente, 18 sono rimaste immutate. Simili considerazioni si possono fare per le orazioni sulle offerte e per quelle dopo la comunione.
Quanto al contenuto dottrinale, bisogna osservare che tutte le orazioni risultano abbastanza generiche.
Nella 2 edizione del Messale Romano di lingua Italiana per ogni domenica del tempo ordinario è stata aggiunta una colletta, che cerca di seguire il tema della liturgia della Parola di Dio.
La tradizione romana conosceva, fin dal suo formarsi, una prex, cioè un prefazio per ogni celebrazione, come è attestato dal Sacramentario Veronese.
Nei sacramentari posteriori essi diminuiscono di numero. Così per le 16 messe per le domeniche del Sacramentario Gelasiano non abbiamo indicazioni di prefazi. Tanto meno ne troviamo nel Gregoriano Adrianeo. Il Supplemento di Alcuino invece ha un prefazio proprio per ogni domenica, sia per le 6 domeniche dopo l’Epifania, sia per le domeniche di Settuagesima, sia per le 27 settimane dopo Pentecoste[2]. Lo stesso si verifica nei gelasiani del secoloVIII. Pare però che a Roma si fosse rimasti a quello che era il praefatio communis presente nel Gelasianus Vetus 1243 che segue immediatamente le 16 messe domenicali, A partire dal secolo XIII viene assegnato alle domeniche dopo Pentecoste il prefazio della Trinità, che però viene formalmente prescritto solo nel 1759[3]. Per i giorni feriali rimaneva il prefazio comune.
Il nuovo messale è stato arricchito di molti prefazi: perché il motivo del ringraziamento nella Preghiera eucaristica fosse espresso in vari modi, si ponessero in maggior luce i vari aspetti del mistero della salvezza (IGMR, n. 321).
Abbiamo già osservato che la prima domenica del tempo ordinario è sostituita dalla festa del Battesimo del Signore. Per quanto si discuta se segna l’inizio del tempo ordinario o la conclusione del tempo di Natale, questa festa in genere si tratta come termine del tempo della manifestazione del Signore o tempo di Natale.
Volendo trarre delle conclusioni di ordine teologico e pastorale, sul tempo ordinario, c’è da osservare:
Lo studio delle materie teologiche è preghiera, infatti il motto domenicano ricorda che ciò che hai studiato (= contemplato) donalo agli altri con la predicazione, la catechesi e l’esempio della vita.
Per questo se lo studio della teologia non ha questo come scopo non serve a nulla. Infatti, si può essere un bravo professore di cristologia o di sacra scrittura, senza avere mai fatto l’incontro con il Risorto, che è il punto fondamentale della fede cristiana, perché questa è un’esperienza, altrimenti si resta a ripetere formule e riti ma, quando è il momento di giocarsi la fama, il posto ecc… ci si comporta come coloro che non sono cristiani e, alle volte, anche peggio.
Ora, il tempo ordinario, ogni anno, ricorda ad ogni cristiano che il Signore ha scelto liberamente di non vivere al centro del suo mondo: a Roma, dove risiedevano le persone che dominavano, sia dal punto di vista economico e militare, sia da quello politico e religioso.
Egli scelse uno dei popoli che i padroni del mondo di allora disprezzavano: Israele. Infatti, nessuno voleva ricoprire la carica di governatore di Siria – Palestina.
In Israele il Signore Gesù scelse delle due regioni quella malfamata: la Galilea e al suo interno il paese più disprezzato: Nazareth.
Ora, penso che tutti si sia d’accordo che la vita di Cristo è modello per ogni cristiano. Questo non significa che si debba ripetere la vita di Gesù, ma che noi – in ogni tempo e cultura – si debba cercare di attuare il suo vangelo.
Chiediamoci: apprezziamo la vita di tutti i giorni che, siccome è stata scelta da Gesù, significa che, nel silenzio e nell’anonimato di questa, lo Spirito Santo comunica come saper leggere i segni dei tempi?
Oppure, la paura di non essere apprezzato mi porta ad arrabattarmi per sedere ai primi posti ed imporre il mio punto di vista? Ho paura di lavare i piedi a Pietro, anzi, spesso e volentieri mi faccio servire dagli altri. Gesù visse a Nazareth trent’anni, ma io temo il nascondimento e m’industrio per fare, affinché sia visto e valorizzato, in modo da poter dominare e non servire?
Cerchiamo di seguire Cristo perché, anche nelle cose più sante, come potrebbe essere servire i poveri o educare il clero si faccia apparire non l’azione dello Spirito Santo, ma la nostra autoreferenzialità?
Di p. Giorgio Bontempi c.m.
[1] F. BROVELLI, Le orazioni del tempo pasquale, Riv.Lit , 62/2 (1975) , 191-206.
[2] J.MIAZEK, La «collecta» del «proprium de tempore» nel «Missale Romanum» di Paolo VI, dattiloscritto, Roma, 1977, cap. 7, pp. 215-287.
[3] Cfr. J. A. JUNGMANN, cit p. 97.
[4] I. SCICOLONE, Il tempo ordinario, in Anamnesis 6, L’Anno Liturgico, Genova, Marietti, p. 220.